Francesco De Cristofaro
“Il cieco sognò di essere cieco”. Da Ensaio sobre a Cegueira (Cecità) a The Road (La strada)
Se osservate lungo una diacronia millenaria, le figurazioni del tema del contagio sembrano disegnare una curva paradossale: una curva che, mentre nella modernità si sposta da un grado massimo di astrazione e di trascendenza (Omero, la Bibbia, Lucrezio) a un segnalato taglio razionalistico e storico-documentario, nell’ultimo secolo torna in qualche modo, soprattutto a partire da Camus, a quella originaria vocazione metafisica e allegorica. In questo senso, la cecità di Saramago e l’apocalissi di McCarthy ci riconsegnano un mondo desolato, dove sembra che gli uomini scontino una colpa imperscrutabile, prenatale. La colpa consisterebbe, come ha spiegato Sergio Givone in Metafisica della peste, nella stessa loro appartenenza creaturale alla Natura. Ciò non significa che tali autori non raccontino la società ove il male alligna, anzi: è proprio attraverso il male che la raccontano. Se una linea nobile (che parte da Tucidide ma si spinge fino alla novella di Giovanni Verga Quelli del colèra) poteva rappresentare la degradazione e la reiezione dell’humanum cui l’epidemia conduce, in questi altri casi l’alienazione, l’egoismo, il cinismo del mondo preesistono al contagio o forse sono essi stessi il contagio.